Sotto il segno della discontinuità 6. La filosofia del culto: la discontinuità antropologica



L'ultima opera che prendiamo in considerazione di Pavel Florenskij è la Filosofia del culto. Opera incompiuta per le tragiche vicende del nostro autore. Ma, anche in questo caso, Florenskij ci ha lasciato un capolavoro. La prima discontinuità che incontriamo è proprio nella questione del culto in relazione al timor di Dio. Infatti, per il nostro autore, il timor di Dio non è una sorta di terrore che ci viene inferto da Dio, ma è la manifestazione stessa di Dio. Nel suo essere fenomenico, Dio si rivela con quello stupore misto a timore. Ecco, dunque, che il timor di Dio è la consapevolezza che Dio stesso si sta rivelando a noi, che sta parlando con noi. Uno degli esempi più lampanti è l'incontro che Mosè fa con Dio dinanzi al roveto ardente. La manifestazione di Dio viene recepita dall'essere umano come la novità delle novità. In cui il nuovo squarcia non il vecchio ma la radice del consueto per innescare una nuova relazione. Per questo nasce il culto. Scrive Florenskj:
Il nuovo squarcia quindi il velo del consueto in modo misterioso e insolito. Ma la fonte del timore non sta nel modo in cui il nuovo si insinua, ma nella percezione della trascendenza di quanto si va manifestando. Ciò che si rivela non è di quaggiù e tutto il mondo si sente malfermo, instabile, vacillante: il consueto impallidisce di fronte al vero Essere. E con il consueto impallidisce anche la nostra stessa esistenza. Anche noi finiamo per sembrare fiamme tremolanti esposte ai venti dell'estremo limitare del niente, per essere quasi non-Essere. È però proprio allora che troviamo anche il nostro sostegno eterno, in Colui Che È dai secoli dei secoli. La nostra massima prostrazione è anche la nostra massima esaltazione. Duplice è l'effetto del timor di Dio. Esiste una fonte eterna e agente del "sì" e del "no" della nostra vita. È un cratere dentro nel quale la lava non si copre mai di una crosta di pietra. È una finestra aperta nella nostra realtà, dalla quale si vedono altri mondi. È una breccia nell'esistenza terrena, dalla quale si riversano da un altro mondo rivoli che nutrono e la rafforzano. In breve, questo è il Culto.[1] 
Il culto è la finestra verso l'altro mondo, ciò che tiene insieme e tiene unito il mondo terrestre con quello celeste. Questa unione, salda e vivente, è possibile solo quando Dio si rivela, quando l'Eterno entra in questo mondo, quando comunica con l'essere umano e, in questa comunicazione, apre una relazione, instaura una relazione. E questa relazione è la sostanza che permette a ciascuno di noi di riscoprire la propria sostanza. Infatti, la relazione che Dio crea con gli esseri umani non è una relazione come tutte le altre ma è la conditio sine qua non della nostra stessa vita, del nostro stesso essere. Siamo perché siamo fondati sull'essere di Dio e questa relazione ontologica è trasmessa nel culto. Ed è questa relazione ontologica, questo culto, che permette al nostro essere di essere nel mondo. Il culto crea la cultura. Per questo, il culto fonda la cultura come relazione sostanziale con il mondo terrestre, come possibilità di vivere nel mondo attraverso la ragione e il pensiero. Per questo, la filosofia del culto è antropodicea. Se nella Colonna e il fondamento della Verità abbiamo visto la teodicea come cammino verso Dio-Verità, nella Filosofia del culto, ritroviamo l'antropodicea come ingresso della Verità nel mondo. Due cammini inversi e antinomici che si completano a vicenda. 


[1] P. A. Florenskij, La filosofia del culto. Saggio di antropodicea ortodossa, San Paolo, Cinisello Balsamo 2016, p. 70. 

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