La trasfigurazione: un tassello fondante 1. Un approccio esegetico



Affrontare il tema della Trasfigurazione significa porre in essere una riflessione estremamente cara e affettivamente legata soprattutto alla Chiesa Orientale. Infatti, tutta la Tradizione Orientale della Chiesa è in una relazione particolare con il Vangelo della Trasfigurazione di Gesù, raccontata in tutti e tre i Vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca). Nel suo commento al Vangelo della Trasfigurazione, Enzo Bianchi scrive:
Nell’intenzione dei sinottici e di Pietro, l’evento della trasfigurazione deve essere letto e contemplato come un evento storico, cioè accaduto nella storia, nella vita di Gesù, davanti a testimoni per i quali ha avuto un significato determinante e attraverso i quali è stato raccontato: non si tratta di un mito e neanche di un midrash cristiano![1]
Il racconto della Trasfigurazione, dunque, ci viene presentato come un evento storico, un evento che ha avuto un tempo e un luogo particolari, con un contenuto particolare. Infatti, ciò che avviene sul monte Tabor, questa metamorfè di Gesù, questo cambiamento repentino di tutto se stesso, dal suo volto alle sue vesti, indica qualcosa di importante. In altre parole, Gesù non ha voluto mettere in campo una trasformazione di se stesso per mostrare la sua potenza ai discepoli, per far vedere loro che egli davvero era il Messia, ma per rivelare che egli è il Figlio di Dio, il Regno che viene. Nella Trasfigurazione, dunque, noi non vediamo semplicemente un cambiamento di forma, ma una rivelazione del contenuto stesso di Gesù, il suo essere il Regno di Dio. Ecco, dunque, cosa significa la Trasfigurazione, la condizione autentica di Gesù, il suo essere pienamente se stesso, il suo essere Figlio.
Iniziando dal principio, vediamo che Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni. In questo Enzo Bianchi rimanda a tutti i discorsi di teofania, di apparizione divina presenti già nella vita di Mosè, nell’Antico Testamento. La salita sul monte Tabor è il compimento di ogni salita degli antichi profeti sul monte, il luogo dove Dio si fa incontrare, ma è anche il non-ancora della salita su un altro monte che sarà quello del Calvario, il quale è il non-ancora della salita su un altro monte non meglio identificato che è quello dove Gesù si farà vedere risorto nel Vangelo secondo Matteo. In altre parole, il Tabor è il monte simbolico, il monte su cui salire per incontrare Dio, dove la particolarità di Gesù è che egli sale con gli altri, che è lui che prende l’iniziativa di salire sul monte e, quindi, di rivelare se stesso. In Gesù, siamo presi, accompagnati nella salita, contemplativi della sua Trasfigurazione. Inoltre:
I tre racconti tentato dunque di descrivere la luce di questi vestiti, certamente non dimenticando che la luce è il mantello con cui si riveste Dio (cf. Sal 104,2); in profondità, però, la sorgente di questa luce è Gesù stesso: ecco perché il corpo di Gesù fu trasfigurato (Mc e Mt), il suo voltò brillò come il sole (Mt) e l’aspetto del suo volto divenne altro (Lc). Invece del corpo e del volto umano, quotidiano di Gesù come lo conoscevano i discepoli, il mutamento fornisce la visione di un volto altro, luminoso, un volto trasfigurato da un’azione che poteva essere solo divina.[2]
In altre parole, la quotidianità di Gesù assume la sua veste di eternità. Non che la quotidianità di Gesù fosse solo un’apparenza, né che la sua trasfigurazione fosse solo una trasformazione di un super-uomo. La realtà della trasfigurazione è molto più complessa, tanto che neanche gli evangelisti riescono a spiegarla in maniera chiara. Marco dice che le vesti divennero bianche come la neve, mentre Matteo parla del suo volto luminoso come il sole. Sono tutti paragoni che sembrano solo accennare a ciò che davvero è avvenuto sul Tabor. E questo ci lascia intravedere come nella Trasfigurazione la rivelazione non sia qualcosa di spiegabile e comprensibile, ma abbia sempre una immersione nel mistero, dove il mistero stesso si rivela e, nella rivelazione, svela davanti agli occhi dei discepoli la relazione divina del Padre, del Figlio, dello Spirito. Nella metamorphè, nel cambiamento di forma, dunque, ritroviamo non una diversa forma, ma un oltre forma, dove la forma esprime il contenuto, la luce inaccessibile cela e rivela. In questa rivelazione, i discepoli riescono ad intravedere anche Mosè ed Elia, colui che porta la Legge e colui che è il prototipo dei profeti. Anche Mosè ed Elia sono saliti sulla montagna e hanno incontrato Dio, sul monte. Ed anche Mosè ed Elia hanno incontrato Dio in forme diverse, attraverso esperienze diverse. Citandoli, gli evangelisti ci vogliono far notare come tutte le varie esperienze passate, presenti e future, ora troviamo il loro senso, la loro risposta, dal momento che sul Tabor è rifulsa la luce stessa di Dio, la sua gloria in Cristo Gesù. Ovviamente, nella gloria che risplende in Cristo Gesù, lo Spirito è colui che è presente, che viene nella nube, insieme al Padre e che permette ai discepoli di udire la voce stessa del Padre. Insomma, nella Trasfigurazione, non c’è solo un cambiamento di forma di Gesù, ma tutta la presenza trinitaria, tutta la relazione fra le Tre Persone. Una relazione che rivela Gesù come il Messia, ma anche una relazione che permette a Gesù di rivelare se stesso nella dinamica Trinitaria, nell’economia della Trinità. La Trasfigurazione, dunque, non è un evento solo di Gesù ma è la rivelazione della stessa economia trinitaria. E, in questa economia trinitaria ci sono anche Pietro, Giacomo, Giovanni. La nube li copre con la sua ombra, e con loro veniamo coperti anche noi, dal momento che la Trasfigurazione non riguarda solo Gesù. Nello Spirito Santo, infatti, la trasfigurazione diviene attesa anche del compimento del nostro corpo.
E infine la trasfigurazione è mistero di trasformazione: il nostro corpo e questa creazione sono chiamati alla trasfigurazione, a diventare “altro”; il nostro corpo di miseria, diventerà un corpo di gloria (cf. Fil 3,21), e “la creazione che geme e soffre nelle doglie del parto” (cf. Rm 8,22) conoscerà il mutamento in “cielo nuovo e terra nuova” (Ap 21,1). Ciò che è avvenuto sul monte Tabor in Gesù Cristo avverrà per tutti i credenti e per il cosmo intero alla fine della storia.[3]
Alla fine dei tempi, noi saremo questo, trasfigurati. Dove la fine dei tempi non indica solo un tempo cronologico, ma quel tempo che ha il suo senso nell’Eterno di Dio. Per questo, noi siamo trasfigurati già oggi, quando il nostro volto brilla di luce, somiglianti a Cristo Gesù.



[1] E. Bianchi, L’evangelo della trasfigurazione: esegesi biblico-spirituale, in Aa. Vv., Il Cristo trasfigurato nella tradizione spirituale ortodossa. Atti del XV Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa, Qiqajon, Magnano (Bi) 2008, p. 34.
[2] Ivi, p. 37.
[3] Ivi, p. 45.

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