Benjamin e Agamben: verso una violenza divina




Uno degli ultimi numeri della rivista Logoi.ph è dedicato al tema delle Ermeneutiche della violenza. Fra gli articoli proposti molto interessante risulta quello di Stefano Paletti sulla violenza in Benjamin e Agamben. Filosofi che hanno segnato il secolo passato, si soffermano sulla tematica della violenza formando una sorta di continuità fra le loro rispettive riflessioni. Infatti, Agamben prenderà molto dalla riflessione di Benjamin, sviluppando il pensiero dell’autore dell’Angelus Novus e portando avanti la propria riflessione sul tema della violenza.
Seguendo la pista tracciata da Paletti, notiamo subito come la questione della violenza sia stata affrontata da Walter Benjamin corrisponde al tedesco Gewalt. Agamben, traducendo in italiano il termine Gewalt, fa notare come esso non significa semplicemente violenza, ma indichi anche autorità e potere. Il concetto di violenza in Benjamin è legato principalmente al concetto di potere, dove chi detiene il potere è sempre un governo che lo esercita. La detenzione del potere corrisponde anche all’esercizio del potere e si può esercitare il potere solo attraverso la violenza. Tuttavia, è qui che Benjamin pone una differenza fra una violenza naturale e una violenza positiva. Ciò che cerca di fare Benjamin è di notare il limite della violenza fra il lecito e l’illecito, fra quella violenza che può essere esercitata e quella che non può essere esercitata, in altre parole, del diritto alla violenza. Il confine, dunque, su cui si sofferma Benjamin è quello della relazione fra violenza-diritto-giustizia, mentre Agamben pone la sua riflessione sulla questione del rapporto fra violenza e politica. In questo modo, se Benjamin guarda maggiormente ai limiti della violenza nel diritto, Agamben spinge la sua riflessione verso la ricerca di un fondamento alla violenza che non sia quello del rapporto fra mezzi e fini. Agamben vede il fondamento della violenza dal desiderio umano di uscire dallo stato di natura per giungere allo stato di diritto. Se Hobbes aveva affermato che lo Stato garantisce la sopravvivenza di tutti facendo uscire gli uomini dallo stato di natura, da essere homo homini lupus, per Agamben è proprio questo desiderio che istituisce la violenza stessa, delegando al solo Stato la possibilità di essere un grande lupo, il solo capace di esercitare violenza. Così, il passaggio da un diritto naturale ad un diritto positivo trova il proprio fondamento nello spostamento della violenza da tutti gli esseri umani allo Stato, rappresentato da un solo essere umano.
Dopo aver instaurato la relazione fra diritto e violenza, sia Benjamin che Agamben procedono nella loro riflessione sulla coniugazione della violenza con la giustizia e con la politica. Per Walter Benjamin, la violenza è legata strettamente al potere in quanto violenza mitica, in grado di delineare e definire i confini di un qualunque Stato. Se vogliamo, la leggenda di Romolo e Remo nella costruzione di Roma ci indica proprio questa violenza mitica sorta con il solco dell’aratro di Romolo. Inoltre, per Benjamin c’è una sorta di violenza divina che, invece, ha a che fare con la giustizia, in quanto la giustizia è la promessa messianica della mondo dinamico, sempre di là da venire. È questo senso di giustizia che genera una violenza divina la quale, proprio perché di là da venire, è sempre potenziale e mai attuale. Sulla differenza di Benjamin fra violenza mitica e violenza divina si staglia il perno della riflessione di Agamben sulla nuda vita. Scrive Paletti:
Bloßes Leben è una espressione che Renato Solmi, storico traduttore della raccolta benjaminiana Angelus Novus, traduce come ‘nuda vita’. Nello scritto del filosofo tedesco, la nuda vita è simbolizzata dal sangue e il sangue è presente solo nella violenza mitica che nel porre il diritto e il potere annichilisce la vita rendendola inequivocabilmente soggetta al potere. Il concetto di nuda vita sarà fondamentale per tutto il progetto ventennale di Homo sacer, e verrà teorizzato soprattutto nel primo volume: «la politicizzazione della nuda vita è il compito metafisico per eccellenza, in cui si decide dell’umanità del vivente uomo». La nuda vita essendo sacrificata dalla violenza mitica (anche sulla sacertà, come si può facilmente notare, si basa l’analisi ventennale di Agamben) è il presupposto negativo della vita stessa, è quella vita che non è dotata di linguaggio che è la caratterizzazione per eccellenza dell’umano, e quindi non può essere vita attivamente politica (Bios) né mera vita puramente biologica, naturale (Zoè). La nuda vita è quella inclusa nell’ordinamento giuridico (come per Benjamin, per Agamben essa appartiene alla violenza mitica) solo nella forma della sua esclusione. La nuda vita è una vita sacra perché non appartiene a nessuno se non agli dei, quindi non è sacrificabile ma semplicemente uccidibile – «la vita insacrificabile e, tuttavia, uccidibile, è la vita sacra».[1]
La nuda vita di Benjamin è quella sacertà dell’essere vivente, quella vita che, in quanto tale, è ritenuta inalienabile e, quindi, sacra. Ma proprio in quanto sacra, questa nuda vita non appartiene se non al mondo divino e, quindi, sente sempre dentro di sé il bisogno di slegarsi da qualsiasi forma di violenza mitica che ponga un diritto e dei confini. La nuda vita, dunque, emerge quando il diritto impone una violenza che va contro la vita stessa, una violenza a cui la nuda vita si sente quasi in dovere di rispondere attraverso una violenza divina. Così, all’esercizio di ogni violenza di diritto, ecco che la nuda vita oppone un’ulteriore violenza che de-pone la violenza di diritto. Questa è la violenza divina, base di ogni violenza rivoluzionaria che pone nella giustizia e nel desiderio di rottura con il diritto, qualsiasi forma di giustificazione della violenza. Tuttavia, la violenza divina è tale solo quando si trasforma in passione, la quale spinge avanti la nuda vita fino a sacrificarla per la giustizia stessa. Tuttavia, se la violenza divina è tale solo in quanto c’è un dio di riferimento, qualunque esso sia, la violenza pura è quella violenza che rompe definitivamente con ogni fine, anche trascendentale, a favore del puro piano dell’immanenza. La violenza pura permette quella che Agamben chiama la potenza destituente, ovvero la possibilità di disinnescare qualsiasi legame e qualsiasi nesso causa-effetto, in quanto la violenza pura è un mezzo puro che rompe ogni meccanismo, non in un senso violento quanto in una destituzione del meccanismo stesso. Continua Paletti:
Il carattere distruttivo ci interessa qui per una definizione che potrebbe valere anche per la violenza pura, infatti esso «conosce una sola parola d’ordine: creare spazio; una sola attività: far pulizia. Il suo bisogno di aria fresca e di uno spazio libero è più forte di ogni odio». Vediamo come non ci sia nessuna necessità di pensare a un qualcos’altro, senza un prima e senza un dopo; l’importante è la creazione, intensiva, di spazi, che non sono mai ritrovabili se non per il fatto di ‘inciampare’ proprio lì: si distrugge cadendo e cadendo si distrugge. La violenza pura non significa nulla, non significa, né può significare, un movimento, un partito, ma può solo esserne espressione, è così spezzato il circuito dei mezzi e dei fini, la violenza pura non esprimendo nient’altro che sé stessa diviene infatti un mezzo puro.[2]
Ciò che interessa anche noi in questa trattazione sulla violenza non è tanto il confine possibile di ogni violenza, quanto il carattere distruttivo della violenza stessa. Infatti, se Benjamin e Agamben parlano di una violenza divina, è lampante il fatto che parlino di una violenza che non proviene da Dio ma che mira ad essere giustificata in una sorta di divinità. Ma ciò che non possiamo non notare è il carattere distruttivo di ogni essere umano, una sorta di violenza divina che si porta dentro e che cerca sempre e comunque di uscire da situazioni asfittiche, ripetitive e alienanti. È questa violenza divina dell’essere umano che lo spinge a liberarsi e, per questo, non può non essere che un mezzo e mai un fine. Infatti, se la violenza diventasse il fine dell’essere umano, scompariremmo nel giro di mezza giornata. Ma se riconosciamo che la violenza pura è un mezzo puro per la ricerca della libertà, allora, riusciremmo anche a riconoscere che nella violenza c’è sempre un senso, una direzione, un perché. Ed è quel perché che non genera nuovi scopi, ma lascia intravedere un amore divino che non parte da noi, ma giunge a noi. Perché se la violenza divina appartiene all’essere umano, l’amore divino appartiene a Dio.




[1] S. Paletti, Benjamin e Agamben: per un’analisi della violenza pura, in Logoi.ph 11(IV/2018), p. 67.
[2] Ivi, p. 71.

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